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La Parrocchia della "Beata Vergine Maria Madre della Chiesa" a Frutti d'Oro


CONSACRAZIONE DELLA NUOVA CHIESA PARROCCHIALE
DI MARIA MADRE DELLA CHIESA

A FRUTTI D’ORO - CAPOTERRA DOMENICA 22 DICEMBRE 2002

 DEPOSIZIONE DELLE RELIQUIE

(Discorso del Custode delle Sacre Reliquie dell’Archidiocesi di Cagliari)

 La Chiesa, per consuetudine antichissima, all’atto della loro consacrazione è solita deporre sotto gli altari alcune reliquie di santi.

 Si tratta di un ricordo delle cerimonie celebrate dai primi cristiani, che conformandosi in questo alla tradizione romana usavano commemorare i defunti consumando un pasto sulle loro tombe, il cosiddetto refrigerium. Questo vero e proprio invito a pranzo rivolto ai trapassati, con cui, semplicemente, si intendeva affermare la fede nella loro sopravvivenza ultraterrena, sui sepolcri dei martiri diveniva però banchetto eucaristico, Comunione di Santi, a ribadire l’altissimo valore, nell’economia della Salvezza, del sacrificio di coloro che avevano imitato Cristo fino a “dare la vita per amore degli amici”, e quindi, nel pensiero della Chiesa, già godevano della sua gloria.

 Una visione descritta da San Giovanni Apostolo, nel libro dell’Apocalisse, mostra infatti le anime dei martiri sotto l’altare della Gerusalemme celeste: «Vidi sotto l'altare le anime di coloro che furono uccisi a causa della Parola di Dio», che invocavano a gran voce la venuta del Regno del Signore.

 Il significato teologico di quest’uso è spiegato molto bene da Sant'Ambrogio: «Si affollino le Vittime trionfali (i Martiri) nel luogo ove Cristo si fa vittima. Egli però sopra l'altare, perché è stato immolato per tutti; questi sotto l'altare, perché sono stati redenti dal sacrificio di Lui», essendo stati aspersi, dall’alto della croce, con il Sangue dell’Agnello di Dio, che toglie i peccati dal mondo.

 La deposizione delle reliquie sotto questo nuovo altare si ricollega quindi a una tradizione venerabile, affinché l'esempio e l'intercessione dei Santi cui esse appartennero, specchio della luce del Padre, ci sia costantemente di conforto e di guida nel nostro pellegrinaggio terreno, da questa nuova casa materiale che oggi gli dedichiamo, fino a giungere a quella eterna del cielo.

 La scelta di queste reliquie (piuttosto numerose, proprio per rendere immediatamente percepibile l’idea di quell’affollarsi di Santi sotto l’altare, descritto da Sant’Ambrogio) non è stata fatta in modo casuale, ma secondo un criterio ben preciso, tenendo presente anzitutto l’intitolazione della parrocchia alla Beata Vergine Maria Madre della Chiesa.

 Questo titolo fu solennemente attribuito a Maria dal Concilio Vaticano II, il 21 novembre 1964, nella costituzione dogmatica Lumen gentium. Secondo tale documento la Madre di Dio, «redenta in modo sublime in vista dei meriti del Figlio suo, e a Lui unita da uno stretto e indissolubile vincolo, (...) insieme è però congiunta, nella stirpe di Adamo, con tutti gli uomini bisognosi di salvezza (...). Per questo è riconosciuta quale sovreminente e del tutto singolare membro della Chiesa, nonché sua figura ed eccellentissimo modello nella fede e nella carità, e la Chiesa Cattolica, edotta dallo Spirito Santo, con affetto di pietà filiale la venera come Madre amantissima».

 Cristo è altare, sacerdote e vittima per la nostra redenzione, e l’intrinseca unione di Maria al Figlio suo fa sì che anche lei, in un certo modo, diventi altare, cooperatrice «in modo tutto speciale - sono sempre parole del Concilio - all’opera del Salvatore, con l’obbedienza, la fede, la speranza e l’ardente carità, per restaurare la vita soprannaturale delle anime. Per questo fu per noi madre nell’ordine della grazia».

 La funzione salvifica subordinata di Maria, quindi, deve necessariamente apparire riflessa nell’altare e nel suo duplice significato simbolico, sacrificale e conviviale.

 Da una parte, infatti, l’altare è anzitutto il luogo fisico del sacrificio cruento di Gesù, un’immagine del Monte Calvario, e noi, con un frammento di roccia proveniente proprio da questo luogo sacrosanto di Gerusalemme, oltre a voler ricordare il primo altare sul quale è stata sancita, grazie alla Vittima divina, la nuova e definitiva alleanza tra Dio e l'uomo, celebreremo anche il mistero di Maria, che avanzando come noi, insegna sempre il Concilio Vaticano II, « nella peregrinazione della fede, serbò fedelmente la sua unione con il Figlio sino alla croce, dove, non senza un disegno divino, se ne stette (Gv. 19, 25) soffrendo profondamente col suo Unigenito e associandosi con animo materno al sacrificio di Lui, amorosamente consenziente all’immolazione della vittima da lei generata; e finalmente, dallo stesso Gesù morente in croce, fu data quale Madre al discepolo prediletto San Giovanni (e quindi a tutta la Chiesa) con queste parole: “Donna, ecco il tuo figlio” (Gv. 19, 26-27) ».

 L’altare, poi, è anche la mensa del convito, al quale tutti siamo stati invitati da Gesù, che nel Cenacolo di Gerusalemme, alla vigilia della sua passione, istituendo la Santissima Eucaristia ha reso gli uomini membra vive del suo corpo, facendosi per loro cibo e bevanda. Con una vera pietra delle mura del Cenacolo, dunque, noi celebreremo anzitutto Cristo, che offrendosi in sacrificio al Padre ci ha ottenuto l’adozione a figli, ma anche la figura della Madre sua, poiché fu proprio in questo luogo che «si trovavano gli Apostoli prima del giorno della Pentecoste “perseveranti d’un sol cuore nella preghiera con le donne e Maria madre di Gesù e i fratelli di lui” (At. 1, 14), e anche Maria implorante con le sue preghiere il dono dello Spirito, che l’aveva già adombrata nell’Annunciazione». Nel Cenacolo, dunque, Maria figura della Chiesa, implorando «con la sua molteplice intercessione» la discesa dello Spirito Santo, per la prima volta ci ha «ottenuto le grazie della salute eterna», divenendo «veramente madre delle membra di Cristo (...) perché cooperò con la carità alla nascita dei fedeli della Chiesa, i quali di quel Capo sono le membra» (Sant’Agostino).

 Delle membra di Gesù, che sono la Chiesa, Maria è anche garanzia di unione, per cui « i fedeli che aderiscono a Cristo Capo e sono in comunione con tutti i suoi santi, devono pure venerare la memoria “anzitutto della gloriosa sempre Vergine Maria, Madre del Dio e Signore nostro Gesù Cristo” (Canone Romano) ».

 Quest’ulteriore dimensione della divina maternità di Maria si manifesta nei confronti sia della Chiesa universale sia della Chiesa particolare, nella comunione apostolica con il Papa e con il nostro vescovo, che pure si è voluta ricordare per mezzo di alcune reliquie.

 La nostra unione con il papa, successore di San Pietro, sarà rappresentata da un frammento della casa in cui l’apostolo abitava, scoperta a Cafarnao, dove Gesù stesso durante la sua vita pubblica fu ospitato, insegnò ed operò miracoli. Questa reliquia, inoltre, ci riporterà a Maria, che della predicazione di Gesù, come insegnato dal Concilio, fu la «compagna generosa del tutto eccezionale e l’umile ancella (...), allorquando raccolse le parole con le quali il Figlio, esaltando il Regno al di sopra dei rapporti e dei vincoli della carne e del sangue, proclamò beati coloro che ascoltano e custodiscono la Parola di Dio» (L. G. 58/432).

 A colui che Cristo volle capo e fondamento della sua Chiesa, e che nell’arcano disegno della Provvidenza fu chiamato da Gerusalemme a stabilire la sua sede a Roma, a San Pietro, ci riporta anche un frammento del suo sepolcro, sotto la basilica vaticana, espressione del primato apostolico e della comunione fraterna di tutti i credenti attorno all’unico vero altare.

 Il rapporto con la Chiesa particolare di Cagliari è anch’esso sottolineato da vari segni, primo fra tutti un frammento delle ossa di San Lucifero, vescovo di Cagliari nel IV secolo, di cui il nostro arcivescovo mons. Ottorino Pietro Alberti è legittimo successore. Questa reliquia ci ricorderà quanto sia stata precoce l’adesione di fede della città di Cagliari alla religione di Cristo, che la documentazione storica ci consente di far rimontare almeno fino ai tempi delle prime persecuzioni romane. Essa inoltre, appartenendo a un santo vescovo che, per difendere l’integrità della fede cattolica, sopportò persecuzioni, esilio, percosse, ci riporta al vincolo di unità che ogni comunità parrocchiale deve avere con il proprio vescovo, padre e maestro di verità.

 La reliquia di San Salvatore da Horta, un francescano che visse la sua santità a Cagliari, in pieno XVI secolo, esprime ulteriormente il nostro attaccamento a una terra e a una città che il papa Paolo V, nella bolla di beatificazione del nostro Santo, definì: «hortus caelestium plantationum», cioè “giardino di piantagioni celesti”.

 Tramite questa reliquia e quella di Sant'Ignazio da Laconi, il laico Cappuccino vissuto a Cagliari nel Settecento e da noi tutti conosciuto e amato, si sono inoltre voluti esprimere quei valori di povertà, castità e obbedienza, che questi due uomini esercitarono al grado eroico, lungo tutta la loro esistenza, fino a meritare per essi la gloria eterna del Paradiso.

 Dalla nostra stessa terra è sbocciato il fiore della verginità e del martirio di Santa Barbara Cagliaritana, che secondo la tradizione diede la propria vita per Cristo sui monti di Capoterra, a brevissima distanza dalle nostre case. Venerando un frammento delle ossa sue e di quelle di Santa Inbenia, Vergine e Martire di Cuglieri, la nostra comunità parrocchiale vuole quindi esprimere uno speciale tributo di riconoscenza nei loro confronti, perché fu grazie al generoso sacrificio della vita di queste e di migliaia di altri Martiri che, nei primi secoli di vita della Chiesa, il cristianesimo poté definitivamente imporsi, con il suo messaggio di salvezza e d’amore, sull’antica religione pagana.

 E i frutti di questo antico dono d’amore, pienamente conformato a Cristo, continuano tuttora, nella figura della Beata Antonia Mesina, Vergine e Martire, di cui pure venereremo nel nostro altare una reliquia. Il suo cruento sacrificio, consumatosi ad Orgosolo il 17 Maggio 1935, esprime bene la verità affermata da Gesù: «io sono l'alpha e l'omega, il primo e l'ultimo, l'ieri, l'oggi e il domani». Come un cerchio che si chiude ad esprimere perfezione, la Chiesa sarda, illustrata nei tempi antichi dal martirio di Santa Barbara, di Santa Inbenia e di molti altri Martiri, ha espresso nei nostri tempi lo spirito di questa giovane, pura e forte, per la quale i valori cristiani sono stati più importanti della stessa vita. La morte dunque, quasi paradossalmente, rappresenta in Lei un’espressione di vitalità della Chiesa, di noi stessi cioè, che siamo qui riuniti nel nome di Cristo, a costituire i mistici tralci di quella Vite da cui, in eterno, procede ogni bene verso i quattro angoli del mondo.

 

Mauro Dadea

(Custode delle Sacre Reliquie dell’Archidiocesi di Cagliari)

 

 

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