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La Parrocchia della "Beata Vergine Maria Madre della Chiesa" a Frutti d'Oro


SIMBOLISMO ARCHITETTONICO DELLA PARROCCHIALE

Consacrata a Frutti d’Oro la nuova parrocchiale della Beata Vergine Maria Madre della Chiesa

« IL SIGNORE HA POSTO LA SUA TENDA IN MEZZO A NOI »

 Migliaia di fedeli in festa per un evento atteso da venticinque anni

 

        È passato esattamente un quarto di secolo da quando l’arcivescovo di Cagliari Giuseppe Bonfiglioli, il 25 dicembre 1977, eresse a Frutti d’Oro la parrocchia intitolata alla Beata Vergine Maria Madre della Chiesa, ed otto anni sono ormai trascorsi da quando l’arcivescovo Ottorino Pietro Alberti, il 24 aprile 1994, poté posare la prima pietra della sua nuova chiesa. Finalmente, lo scorso 22 dicembre, la comunità cristiana formata dagli abitanti dei rioni litoranei di Capoterra è potuta entrare nella sua vera casa.

 Non sono mancati, nel frattempo, ostacoli e difficoltà di vario genere, ma niente ha potuto diminuire il fervore nelle preghiere e la costanza nel perseguire l’obbiettivo da parte del parroco don Battista Melis e dei suoi parrocchiani. Tutti, come riconosciuto con ammirazione dallo stesso sindaco di Capoterra, Giorgio Marongiu, hanno sostenuto in ogni modo l’impegno tecnico-finanziario profuso nell’opera dall’Amministrazione comunale, e in questo giorno di festa hanno visto premiate nel migliore dei modi la loro fiducia, la loro speranza e la loro generosità.

 Per meglio sottolineare l’importanza dell’avvenimento, infatti, si è scelto di far coincidere l’inaugurazione della chiesa con la sua stessa consacrazione, solennemente celebrata dall’arcivescovo Alberti con l’assistenza dei vari parroci della forania di Capoterra. Si è lavorato notte e giorno, come spesso capita in simili occasioni, ma alla fine tutto era pronto e in ordine per l’ora stabilita.

 Entrare in questo nuovo edificio ancora odoroso di vernice, immerso in quell’iniziale penombra che la liturgia, in tali circostanze, premette alla sua festosa illuminazione, segno di Cristo risorto, riportava subito alla mente la parola di Dio nel libro dell’Esodo: «Io darò convegno al mio popolo in questo luogo, che sarà consacrato dalla mia gloria. Consacrerò la tenda del convegno e l’altare». È infatti la forma di una tenda, o di un mezzo padiglione, quella che l’architetto Augusto Garau ha scelto di assegnare all’edificio, a ricordo del primo santuario offerto al Signore nel deserto del Sinai, durante l’esodo del suo popolo dalla schiavitù dell’Egitto.

 A lungo Israele, fuggiasco, poté dedicare al Signore una semplice tenda, così come a lungo i parrocchiani della Beata Vergine Maria Madre della Chiesa hanno potuto offrirgli un semplice salone, assolutamente inadatto alle esigenze di una comunità tanto numerosa, dinamica e in continua crescita. La chiesa-tenda vuol essere dunque segno di umiltà, perché sarebbe follia illudersi di poter erigere una dimora davvero degna della gloria di Dio, il quale si dona al suo popolo soltanto per amore; ma la chiesa-tenda vuol essere anche segno di precarietà e sacrificio, perché ogni vero credente deve considerare la propria vita su questa terra come un pellegrinaggio attraverso il deserto, come una fuga dal male e dalla schiavitù che esso comporta, verso la vera libertà e la gioia dell’unione eterna con il Signore.

 Con la sua forma semicircolare, non a caso, l’aula ha voluto rappresentare questa unione, cioè l’abbraccio fraterno di tutta la comunità attorno all’altare, per fare vera “Chiesa”, che in greco significa proprio “Assemblea”. Anche il bel tetto in legno partecipa di questo simbolismo, rimanendo relativamente basso sul presbiterio per prendere un deciso slancio verticale sopra i fedeli, ad esprimere architettonicamente la forza della preghiera di noi pietre vive, che sale verso il cielo dal luogo in cui, nella Santa Messa, si consuma il vivificante sacrifico di Cristo.

 Ad imporsi tra le particolarità dell’edificio, poi, è lo spazio insolitamente ampio riservato al presbiterio, quasi una vera piazza. La sua forma di nave intende rievocare l’arca di Noè e la barca di San Pietro, cioè la Chiesa, che è lo strumento materiale offerto da Dio all’uomo per la sua salvezza. Anche in questo caso ritornano alla mente innumerevoli passi della Bibbia, come questo versetto dal libro dei Proverbi: «La Sapienza grida per le strade, nelle piazze fa udire la sua voce», perché sono le moltitudini delle piazze le destinatarie del Vangelo di salvezza, universalmente (cattolicamente!) rivolto a tutti gli uomini, fino agli ultimi confini della terra.

 Al centro di questa distesa si staglia l’altare, in uno splendido isolamento che è solo fisico, in quanto inteso ad esprimere la sua centralità assoluta nell’immensità del creato.

 Un altare che è una vera gemma preziosa. Un unico blocco in calcare forte, pesante più di tre tonnellate, è stato scolpito con virtuosistica abilità dall’operatore plastico Tore Zichi, riproducendo un disegno originale del maestro Mario Olla. Il basamento è costituito da una grande croce attorno alla quale si intrecciano simmetricamente, a simboleggiare l’armonia dell’universo, le lettere della parola CRISTO, perché è lui l’altare, la vittima e il sacerdote, e tutto si riassume in lui e per mezzo di lui. Come in un delicato traforo la luce trapassa la durissima roccia chiara, simbolo dell’offerta pura, santa e immacolata, in voluto contrasto con il pavimento più scuro, a significare Cristo che è luce e vita e riempie di sé tutte le cose. Inoltre, nel loro intrecciarsi e compenetrarsi, ai bagliori rossicci delle lampade accese davanti al tabernacolo, le lettere del Santissimo Nome ricordano anche il roveto ardente dal quale, per la prima volta, Dio parlò a Mosè sul monte Sinai: «Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo dove tu stai è una terra santa!». Veramente santo è ora divenuto questo luogo, e finalmente degno del culto divino e della Chiesa sarda può dirsi questo moderno altare, che è un’opera d’arte perché parla direttamente alle anime, ed è stato scolpito d’un solo pezzo per rispondere alla domanda a suo tempo rivolta da San Paolo ai cristiani di Corinto, ed oggi a ciascuno di noi: «Cristo è stato forse diviso?». Un richiamo continuo all’unione fraterna nel nome del Signore.

 Ai piedi dell’altare, seguendo un antichissimo rito, sono state collocate alcune reliquie, scelte in modo da esprimere ancor meglio il suo significato teologico e richiamare l’intitolazione della parrocchia alla Beata Vergine Maria Madre della Chiesa. L’altare è il luogo ove si rinnova misticamente il sacrificio di Cristo, consumato realmente sul monte Calvario, e con una pietra proveniente da questo santo luogo si è anche voluto meditare il momento in cui il Signore, dall’alto della croce, disse a Giovanni: «Ecco la tua Madre», estendendo così la maternità di Maria a tutti gli uomini. L’altare, però, è anche il luogo del convito, dove Gesù si fa per noi cibo e bevanda, e con un frammento del Santo Cenacolo, a Gerusalemme, è stata rievocata non solo l’istituzione della Santissima Eucaristia, ma anche Maria, immagine e modello della Chiesa orante, che fra quelle stesse mura si unì alla preghiera degli Apostoli nell’attesa dello Spirito Santo, divenendo per noi, come insegna il Concilio Vaticano II, Madre nell’ordine della grazia.

 Le altre reliquie si rifanno invece alla duplice dimensione della Chiesa: “universale” nell’unione con il papa, rappresentato da alcuni frammenti della casa in Cafarnao e del sepolcro sul colle Vaticano a Roma di San Pietro Apostolo, e “particolare” nell’unione con il nostro arcivescovo, tramite alcuni frammenti delle ossa di San Lucifero Vescovo di Cagliari, di San Salvatore da Horta frate Minore e di Sant’Ignazio da Laconi laico Cappuccino, vissuti nella nostra città, di Santa Barbara Cagliaritana, che secondo la tradizione sparse il suo sangue proprio sui monti di Capoterra, della Beata Antonia Mesina di Orgosolo e di Santa Inbenia di Cuglieri, Vergini e Martiri.

 Nella festa celebrata a Frutti d’Oro si è adempiuta la parola a noi rivolta dal Signore nel libro del Levitico: «Io porrò la mia tenda in mezzo a voi». Possa questa fortunata comunità parrocchiale rispondere con generoso slancio a un così grande dono, facendosi, essa sì, vera e gradita dimora del nostro Dio, che vuol essere adorato anzitutto nell’intimo dei cuori, in spirito e verità (Gv. 4, 24).

 

Mauro Dadea

 

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