ARCHITETTURA E RINNOVAMENTO CONCILIARE
Non vi è forse
problema più spinoso e al tempo stesso sfida più appassionante, per le
parrocchie di recente fondazione, del dover costruire la nuova chiesa.
Della delicatezza di tale compito sono un’evidente controprova le molte
voci critiche che di continuo si levano contro certa architettura
contemporanea, accusata di aver prodotto una quantità di edifici sacri
inospitali e disabitati dall’anima, prima ancora che inaccettabili sotto
un mero profilo tecnico ed estetico. Nel caso della parrocchia della
Madonna di Lourdes a Poggio dei Pini - Capoterra, eretta
dall’arcivescovo di Cagliari Giovanni Canestri il 1 gennaio 1985, il
parroco fondatore don Alberto Medda ha quindi voluto che il nuovo
progetto fosse elaborato su basi strettamente teologiche, assegnando la
massima rilevanza alla simbologia e cercando di fare come quell’evangelico
«padrone di casa, che trae dal suo tesoro cose
nuove e cose antiche» (Mt 13,
52). L’incarico di tradurre queste indicazioni in pietra e cemento,
affinché la nuova casa di preghiera che si andava ad edificare apparisse
moderna e stilisticamente originale, ma al tempo stesso consapevolmente
partecipe di una tradizione venerabile e millenaria, che non poteva
essere elusa, fu assegnato all’ingegnere cagliaritano Giorgio Diaz. Per
capire cosa e come debba essere oggi una chiesa cattolica è necessario
partire dal significato stesso delle parole.
Chiesa (con la maiuscola) viene
dal latino Ecclèsia
che significa “assemblea”. Per questo
motivo, fin dall’antichità, il nome chiesa
(con la minuscola) è stato esteso
anche all’edificio in cui l’Assemblea per eccellenza, la Comunità
cristiana, si riunisce allo scopo di ascoltare la parola di Dio, pregare
insieme, ricevere i sacramenti e celebrare l’Eucaristia. Proprio la
dottrina della presenza reale di Cristo nell’Eucaristia, per l’usanza di
conservare nei luoghi stessi di queste riunioni piccole quantità di Pane
consacrato, da amministrare agli ammalati, nel corso dei secoli ha fatto
sì che la chiesa-edificio, nella coscienza comune, si trasformasse in
quello che già era stato il tempio pagano, cioè in una vera e propria
“dimora” terrena della divinità. Il cristianesimo, però, è una religione
che essenzialmente si propone di adorare il Padre «in
spirito e verità» (Gv 4, 23), e
lo stesso re Salomone, il costruttore del tempio di Gerusalemme, così si
interrogava: « Ma è proprio vero che Dio abita
sulla terra? Ecco, i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti,
tanto meno questa casa che io ho costruita!
» (1Re 8, 27). Il Concilio Vaticano II
(1959-1965), di conseguenza, ha voluto ribadire il fatto che non può
esistere sulla terra un tempio-casa di Dio inteso come costruzione
materiale. È infatti Cristo, con la sua morte e resurrezione, ad essere
divenuto l’unico tempio vero e perfetto della nuova alleanza (Gv 2, 21),
raccogliendo in unità il popolo acquistato a prezzo del suo sangue.
Questo popolo è la Chiesa-assemblea, corpo mistico di Cristo, per cui il
“mistero del tempio” spirituale, edificato con pietre vive e segno di
comunione con Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, e degli uomini fra
loro, si realizza in ogni battezzato. In quanto costruzione visibile,
nell’ottica conciliare la chiesa-edificio deve quindi assolvere a due
principali funzioni: da una parte quella di essere segno della
Chiesa-assemblea pellegrina sulla terra, per cui la sua architettura
deve “orientare” verso la Chiesa ed “entrare” in essa deve equivalere ad
“essere accolti”, come tra fratelli; dall’altra, quella di essere
immagine della Chiesa già beata nel cielo, costituendo in se stessa un
invito alla preghiera e all’adorazione, come nel cielo alla presenza di
Dio. Inoltre, se nel suo insieme la chiesa-edificio è segno del mistero
della Chiesa-assemblea, non bisogna dimenticare che l’altare è il segno
proprio del mistero di Cristo. Così, come nella Chiesa tutto è orientato
verso Cristo, nell’edificio cultuale tutto si orienta verso l’altare.
Questo deve pertanto essere unico, perché simbolo dell’unico Cristo. E
deve anche essere al centro dell’insieme architettonico: centro ideale,
non geometrico; “centro”, perché tutto all’altare converge e tutto da
esso irradia. L’altare vero fu la croce del Golgota, sulla quale Cristo
ha offerto al Padre il sacrificio della propria vita. Il Concilio
Vaticano II, però, ha sottolineato anche il valore conviviale
dell’altare cristiano, inteso come luogo di comunione sul quale fu
istituita l’Eucaristia. Così se certa ecclesiologia, nel passato, aveva
finito per accentuare in modo indebito la separazione tra clero e laici,
i richiami conciliari invitano al recupero della comunione fraterna in
una rinnovata coscienza di essere Chiesa per entrambe le categorie.
Tutti i partecipanti all’assemblea liturgica, infatti, dal sacerdote
all’ultimo entrato, sono protagonisti attivi dell’evento di salvezza che
si realizza attorno alla tavola del convito e del sacrificio di Cristo:
perché non potrebbe esservi convito senza invitati, né potrebbe esservi
sacrificio senza vittima.
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Prospetto
anteriore della chiesa parrocchiale di Poggio dei Pini - Capoterra
La prima pietra è stata posata dall’arcive-scovo di Cagliari Ottorino
Pietro Alberti il 19 febbraio 1989. Lo stesso arcivescovo Alberti,
il 9 febbraio 1997, ha poi definitivamente consacrato l’edificio al
culto divino. |
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Presbiterio e altare
Uno dei luoghi liturgici ad aver subito maggiori rivolgimenti, dopo
il Concilio Vaticano II, è stato il presbiterio. Presbiterio è
parola greca che significa “luogo degli anziani”, perché nelle prime
comunità cristiana ad essere ordinati sacerdoti erano gli uomini più
maturi e più saggi. Uno dei tratti caratteristici dell’architettura
sacra preconciliare era l’ elevazione del presbiterio rispetto
all’aula, conseguenza della trasformazione della Messa in una
cerimonia alla quale il popolo doveva assistere passivamente, come a
una rappresentazione sul palcoscenico. In molte chiese moderne, di
conseguenza, il presbiterio è stato lasciato basso, per visualizzare
nel modo più diretto la sua fusione con l’aula e quindi la piena
comunione simbolica tra presidenza e assemblea, attorno alla mensa
eucaristica. Nella chiesa parrocchiale di Poggio dei Pini il
tradizionale rialzo è stato invece conservato, attribuendogli una
duplice valenza simbolica. Esso, infatti, da una parte ricorda «la
sala al piano superiore» dove fu celebrata l’ultima cena: «Egli vi
mostrerà una sala al piano superiore, grande e addobbata; là
preparate» (Lc 22, 12; Mc 14, 15); cosicché il valore conviviale
dell’Eucaristia, secondo le prescrizioni del Concilio Vaticano II,
risulta comunque esplicitamente ribadito. Dall’altra, poi, il
presbiterio rialzato presenta il vantaggio di poter offrire alla
meditazione dei fedeli anche il primo e ben più rilevante
significato dell’altare e dell’Eucaristia, quello sacrificale, in
quanto figura della salita al Monte Calvario dove materialmente si
consumò l’offerta di Cristo sulla croce. Nella liturgia
preconciliare, che accentuava soprattutto il valore sacrificale
della Messa, il sacerdote celebrava coram Deo, “rivolto a Dio”,
volgendo quindi le spalle al popolo che di fatto rimaneva spettatore
passivo di quanto si compiva sull’altare. Il Concilio Vaticano II ha
esattamente ribaltato questa prospettiva, evidenziando il valore
conviviale della Messa come azione comunitaria di tutti i fedeli
presenti all’azione liturgica. Per questo l’altare è stato staccato
dalla parete di fondo, dove tradizionalmente si trovava, e portato
in avanti, in mezzo al presbiterio, in modo che il sacerdote possa
celebrare coram populo, “rivolto all’assemblea”, e questa a sua
volta possa veramente prendere parte al convito eucaristico, attorno
alla mensa comune. L’unico altare, segno della presenza dell’unico
Cristo sacerdote e vittima, nella chiesa di Poggio dei Pini è stato
quindi collocato quanto più possibile in avanti, verso il fulcro
visivo dell’edificio di forma circolare, per esprimere la sua
centralità assoluta nell’immensità del creato. Fisso e inamovibile,
in quanto pietra angolare della fede cristiana, lo compongono due
piedritti a pianta cruciforme sui quali poggia una grossa lastra
parallelepipeda. La sua ampiezza e la sua posizione ben si addicono
al convito del corpo e sangue di Gesù, che il Padre imbandisce per i
figli nella casa comune, sorgente di carità e di unità. I tre
elementi che ne compongono la struttura, al tempo stesso, rimandano
all’immolazione della Vittima, formando due croci a tau: una è
quella di Cristo e l’altra è quella di Disma il Buon Ladrone, o il
“ladro teologo” (figura di ogni peccatore), che sullo stesso Monte
Calvario costituì, con la sua fede, la primizia della Redenzione.
L’altare, inoltre, è stato costruito con pietra e con legno, come di
pietra e di legno fu quello ove si consumò il reale sacrificio del
Figlio di Dio: la roccia del «luogo del Cranio, detto in ebraico
Golgota» (Gv 19, 17), con l’albero della croce. Affinché tuttavia
l’altare fosse anche figura del sepolcro vuoto, dal quale è sorto il
«Sole di giustizia» (Mal 4, 2) che illumina ogni uomo, Cristo nella
gloria della sua risurrezione, la Chiesa ha sempre badato, per
consuetudine antichissima, che venisse rivolto verso Oriente. Nella
parrocchiale di Poggio dei Pini la tradizione è stata
scrupolosamente rispettata, orientando altare ed abside verso
sud-est, vale a dire, considerate la latitudine della Sardegna e
della Palestina, proprio verso Gerusalemme e il Santo Sepolcro di
Cristo. |
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L’ambone
L’ambone, il luogo preposto all’annuncio della Parola di Dio, nella
liturgia preconciliare era stato praticamente abolito, e i brani
della Scrittura venivano proclamati tenendo un leggio sopra
l’altare. Esso, nella chiesa di Poggio dei Pini, appare
perfettamente correlato all’altare per forma e materiali. La sua
collocazione è alla destra dell’altare, nel posto d’onore, secondo
quanto le Scritture proclamano riguardo al Verbo: «Disse il Signore
al mio Signore: Siedi alla mia destra, finché io ponga i tuoi nemici
come sgabello dei tuoi piedi» (Sal 109, 1; Mt 22, 44). I due
materiali di cui è composta la sua struttura sono anch’essi
direttamente allusivi al mistero della rivelazione. La pietra si
rifà alle tavole della Legge, consegnate da Dio al suo popolo per
mezzo di Mosè: «Quando il Signore ebbe finito di parlare con Mosè
sul monte Sinai, gli diede le due tavole della Testimonianza, tavole
di pietra, scritte dal dito di Dio» (Es 31, 18); il legno, invece,
rimanda a quello della prima tribuna dalla quale, al ritorno del
popolo ebraico dall’esilio babilonese, davanti alle porte di
Gerusalemme fu proclamata la Parola di Dio: «Tutto il popolo si
radunò come un solo uomo sulla piazza davanti alla porta delle Acque
e disse ad Esdra, lo scriba, di portare il libro della legge di Mosè
che il Signore aveva dato a Israele (…). Il popolo porgeva
l’orecchio a sentire il libro della legge. Esdra, lo scriba, stava
sopra una tribuna di legno che avevano costruito per l’occorrenza»
(Ne 8, 1-4). |

La
sede del presidente
La sede è il luogo liturgico che esprime il ministero di colui che
guida l’assemblea e presiede la celebrazione nella persona di
Cristo, Capo e Pastore, e nella persona della Chiesa, suo Corpo.
Prima del Concilio Vaticano II la sede esisteva solo nelle
cattedrali, a rappresentare l’autorità del vescovo e la sua funzione
docente in ordine alla fede, per cui era anche chiamata cattedra.
Nelle altre chiese, in cui i sacerdoti celebravano secondo l’antico
rito che privilegiava in termini quasi assoluti il valore
sacrificale della Messa, escludendone la partecipazione attiva dei
fedeli, questo luogo liturgico non aveva quindi ragione di esistere.
Nella chiesa parrocchiale di Poggio dei Pini si è badato che la
sede, in asse rispetto all’altare e sollevata di altri due gradini,
fosse ben visibile da tutti e in diretta comunicazione con
l’assemblea, bisognosa di cibarsi, nel convito eucaristico, degli
insegnamenti di Gesù suo unico Maestro: «Voi mi chiamate Maestro e
Signore e dite bene, perché lo sono» (Gv 13, 13). La presenza di Dio
nella persona del Sacerdote è stata sottolineata, come nelle chiese
paleocristiane, incorniciando la sede in un’abside semicilindrica
allusiva alla volta celeste e quindi al Regno dei cieli: «Ecco,
c’era un trono nel cielo, e sul trono uno stava seduto» (Ap 4, 2).
Sulle pareti dell’abside, simmetricamente disposte attorno a un
antico crocifisso, si aprono due finestre. Esse sono figura
dell’Antico e del Nuovo Testamento che, insieme, illuminano il
Mistero pasquale, il Figlio di Dio che muore per la salvezza di
tutti. |

La
cappella eucaristica
Per circa quattro secoli, finendo per diventarne l’elemento
distinguente, il tabernacolo ha costituito il punto focale delle
chiese cattoliche, dominante sullo stesso altare. Dagli insegnamenti
del Concilio Vaticano II, che hanno posto in risalto il primato
della celebrazione eucaristica e la centralità dell’altare stesso, è
quindi scaturita l’esigenza di riconoscere anche la funzione
specifica della cosiddetta “riserva eucaristica”, assegnandole nelle
chiese un luogo proprio all’esterno dell’area presbiterale.
Naturalmente una simile localizzazione doveva risultare non
penalizzante per il Sacramento, immediatamente individuabile e di
facile accesso, in un ambiente raccolto e favorevole all’adorazione
personale. Nella chiesa parrocchiale di Poggio dei Pini tutte queste
caratteristiche sono sembrate assommarsi nella prima cappella
laterale a destra dell’Assemblea, adiacente all’altare e ben
visibile da quasi ogni punto dell’aula. La sua profondità, inoltre,
garantisce quello spazio di rispetto e quell’accoglienza alla
preghiera raccomandata dalle attuali norme liturgiche. Il
tabernacolo vero e proprio, poi, è costituito da una cassaforte in
acciaio, inglobata nella struttura in cemento armato del muro
portante. Essa è stata dorata galvanicamente al suo interno e
decorata all’esterno con l’applicazione di un bassorilievo bronzeo,
realizzato nel 1996 dallo scultore Tore Pintus imprimendo sulla
creta dello stampo un mannello di spighe di grano, immagine del
«Pane vivo disceso dal cielo» (Gv 50, 58). |
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