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La Parrocchia della "Madonna di Lourdes" a Poggio dei Pini

 


SIMBOLISMO STRUTTURALE

Il linguaggio della fede è talmente complesso, o meglio, talmente sublime, che cercare di esprimerlo è sempre difficile. L’uomo può compiere soltanto dei tentativi, e riuscire più o meno nell’intento. La Comunità cristiana di Poggio dei Pini, edificando la propria casa di preghiera, si era prefissa di esprimere materialmente una serie specifica di concetti ecclesiologici, alla luce degli insegnamenti del Concilio Vaticano II: 1) la Chiesa-assemblea è consapevole di non essere fatta di mura, ma di fedeli; 2) ha piena coscienza di come il vero tempio di Dio sia Cristo, morto e risorto per la salvezza dell’uomo; 3) in quanto costruzione visibile, la chiesa-edificio deve essere segno di queste verità di fede, rappresentandole simbolicamente. Doveva essere abbandonata, cioè, la tradizionale concezione dell’architettura cattolica, che nel lusso e negli ornamenti preziosi si illudeva di poter esprimere il concetto della domus Dei, della casa abitata da Dio, perché niente in tutto il creato potrebbe contenere la gloria del Creatore. La chiesa-edificio, invece, doveva essere pensata anzitutto come casa della Chiesa-assemblea, e per logica conseguenza anche come segno o figura di Dio presente sulla terra, nell’azione del suo Corpo Mistico vivificato dallo Spirito Santo. È stato quindi realizzato non un semplice contenitore in muratura, ma, in quanto dotato di un proprio linguaggio simbolico e di un proprio messaggio preciso, un edificio in qualche modo assimilabile all’unica vera Chiesa, quella spirituale fatta di “pietre vive”: «Stringendovi a lui, pietra viva, rigettata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio, anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo» (1Pt 2, 4-5). In modo che si vedesse adempiuta la Scrittura circa l’annuncio di salvezza portato dal Vangelo di Cristo: anche quando ogni altro a questo mondo dovesse tacere, «lo grideranno le pietre» (Lc 19, 40).

 

 

Le mura
L’assetto architettonico della chiesa parrocchiale di Poggio dei Pini si offre a varie chiavi di lettura, ma le più importanti sono costituite dal simbolismo strutturale e da quello numerologico. Riguardo al primo, partendo dalle mura, per esse è stata scelta la forma circolare, perché il cerchio, secondo gli antichi filosofi neoplatonici e pitagorici, è la figura geometrica che meglio di ogni altra si presta a riassumere i concetti di unicità, perfezione e pienezza, e quindi di Dio come entità suprema. La forma circolare, però, è anche quella con cui sono simboleggiati il mondo e l’universo, e per sottolineare tale ambivalenza semantica è stato limitato a quattro il numero delle croci di pietra disposte lungo le pareti interne, ricordo della consacrazione e unte dal Vescovo con il Sacro Crisma, che secondo i canoni liturgici avrebbero potuto essere anche dodici, oppure sei. Disponendo quattro sole croci, quindi, non si è voluto obbedire a un malinteso senso di risparmio economico, ma esprimere simbolicamente il concetto dei quattro angoli del mondo verso i quali, secondo la Scrittura, deve procedere l’annuncio del Vangelo. «Gesù disse loro: “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato» (Mc, 16, 15). L’altare segno di Cristo, in questo modo, nella chiesa parrocchiale di Poggio dei Pini viene davvero a risultare non solo al centro dell’Assemblea ma anche al centro del mondo; e in una più ampia prospettiva addirittura al centro dell’intero universo, simboleggiato dal cerchio di dodici pilastri che sorregge la volta, figura dei segni dello Zodiaco e quindi dell’inconoscibile immensità del firmamento.


Il pavimento
Nella chiesa parrocchiale di Poggio dei Pini anche il pavimento esercita una funzione simbolica ben precisa. Esso, come pure i rivestimenti parziali di pareti e pilastri, è in calcare di colore bianco e giallo, la tipica pietra di Cagliari, ad esprimere non solo il radicamento dell’edificio nel territorio, secondo i canoni della tradizione edilizia locale, ma anche un preciso richiamo all’Anastasis, costruita per l’appunto con lo stesso tipo di materiale. Il pavimento è la base di un edifico, e nella chiesa parrocchiale di Poggio dei Pini, con la sua bicromia bianca e dorata, esso intende raffigurare la base della religione cristiana, costituita dalla doppia natura di Cristo, vero Dio e vero uomo in un’unica persona: il calcare bianco è ovviamente segno dell’incarnazione di Cristo nel seno verginale di Maria, e quindi della sua natura umana; il calcare dorato, evocante lo splendore incorruttibile del metallo più nobile, è invece segno di perfezione e quindi della natura divina del Signore.


Il tetto
Il tetto della chiesa parrocchiale di Poggio dei Pini è formato da due elementi principali: la cupola e le capriate. Riguardo alla prima, si è visto come il Padre, rappresentato dalle murature rotonde, sia il principio che genera il Figlio, rappresentato dal pavimento bicromo nella sua doppia natura divina e umana. Dal Padre e dal Figlio procede lo Spirito Santo, rappresentato dall’aerea cupola troncoconica forata, perché si credeva che nell’antica Anastasis di Gerusalemme, da dove proviene il relativo modello, il giorno di Pasqua lo Spirito Santo scendesse in forma visibile ad accendere il Fuoco Sacro delle lampade del Santo Sepolcro, annunciando la resurrezione del Signore. Anche quella delle capriate lignee non è stata una scelta casuale. Esse stanno infatti ad evocare la chiglia della nave della Chiesa, strumento di salvezza per l’uomo prefigurato anzitutto nell’arca di Noè: «Noè tolse la copertura dell’arca ed ecco, la superficie del suolo era asciutta» (Gn 8, 13). La profezia troverà poi piena attuazione in Gesù Cristo, che istituirà la Chiesa, simboleggiata dalla barca di Simon Pietro, affidandole il compito di portare a tutti il suo annuncio di salvezza: «Gesù salì su una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedutosi, si mise ad ammaestrare le folle dalla barca» (Lc 5, 3). La barca di Simon Pietro, in quell’occasione, fu quindi lo strumento materiale scelto dal Signore per evangelizzare gli uomini, divenendo in questo modo segno della Santa Chiesa pellegrina sulla terra, la quale ha nel Principe degli Apostoli il suo timoniere e la sua guida. Rivestito di legno, però, era anche il tetto del tempio di Gerusalemme, e benché la concezione cristiana del luogo di culto sia totalmente diversa da quella ebraica, che portò all’erezione del santuario salomonico come dimora terrena della divinità, un simile richiamo alle radici della fede è comunque sembrato tutt’altro che inopportuno: «Terminata la costruzione del tempio, Salomone rivestì all’interno le pareti del tempio con tavole di cedro dal pavimento al soffitto; rivestì anche con legno di cedro la parte interna del soffitto e con tavole di cipresso il pavimento» (1Re 6, 14-15).



Biblioteca Apostolica Vaticana
Discesa del “Fuoco Sacro” attraverso l’antica cupola troncoconica dell’Anastasis, a Gerusalemme, in un codice pergamenaceo del XIV secolo



Il porticato
Anche nella chiesa parrocchiale di Poggio dei Pini, come in quelle paleocristiane, si è voluto costruire il nartece porticato, di forma semicircolare, a riprodurre simbolicamente due braccia protese nell’accoglienza fraterna dell’intera comunità. Il modello di riferimento risulta chiarissimo, essendosi voluto simboleggiare, seppure in maniera estremamente stilizzata, il porticato berniniano della basilica di San Pietro, per ribadire la comunione con Roma della scelta di fede che impronta la vita della Chiesa poggina.



Il sepolcrino per le reliquie sotto l’altare
Il sepolcrino, cioè il pozzetto contenente le reliquie usate per la consacrazione, nella chiesa parrocchiale di Poggio dei Pini si apre esattamente sotto la mensa dell’altare, come nelle chiese paleocristiane. Questa particolarità intende rifarsi ai tempi delle persecuzioni, quando si era soliti porre lastre di pietra sulle tombe dei martiri per celebrare su di esse l’Eucaristia, secondo quanto profetizzato dall’evangelista Giovanni nel libro dell’Apocalisse: «Vidi sotto l’altare le anime di coloro che furono immolati a causa della parola di Dio e della testimonianza che gli avevano resa» (6, 9). Il significato di questo uso è spiegato molto bene da Sant’Ambrogio, vescovo di Milano: «Si affollino le Vittime trionfali (i martiri) nel luogo ove Cristo si fa vittima. Egli però sopra l’altare, perché è stato immolato per tutti; questi sotto l’altare, perché sono stati redenti dal sacrificio di Lui». Non sono dunque i corpi dei martiri che onorano l’altare, ma è piuttosto l’altare che dà prestigio al sepolcro dei martiri. Proprio per indicare che il sacrificio dei membri trae principio e significato dal sacrificio del Capo, la Chiesa ha sempre voluto custodire gelosamente tutti questi simboli, continuando a onorare i martiri e gli altri santi ponendo le reliquie dei loro corpi sotto ogni nuovo altare consacrato al culto divino. Lo stesso gesto, infatti, è stato ripetuto anche il 9 febbraio 1997, giorno della consacrazione della chiesa parrocchiale di Poggio dei Pini, deponendo nel sepolcrino, anzitutto, un pezzo della roccia del Calvario, luogo della crocifissione di Gesù, «primizia di coloro che sono morti». A seguire le reliquie di alcuni tra quelli che, imitando Cristo nel supremo sacrificio, «hanno lavato le loro vesti rendendo candide con il sangue dell’Agnello» (Ap 7, 13). Sebbene, infatti, tutti i santi vengano chiamati a buon diritto testimoni di Cristo, ha però una forza tutta particolare la testimonianza del sangue, e sono proprio le reliquie dei martiri, appartenenti nello specifico a San Priamo, a Santa Barbara Vergine Cagliaritana e alla Beata Antonia Mesina, Vergine Orgolese, che esprimono questa testimonianza in tutta la sua interezza. Vengono poi le reliquie dei Santi “confessori”, cioè di quelli che hanno testimoniato la loro fedeltà al Vangelo non con il sacrificio del sangue, ma praticando al grado eroico tutte le virtù cristiane. Sono quindi presenti alcuni frammenti delle ossa di San Lucifero, vescovo di Cagliari vissuto nel IV secolo; di San Salvatore da Horta, minore osservante spagnolo morto a Cagliari nel XVI secolo; di Sant’Ignazio da Laconi, laico cappuccino vissuto a Cagliari nel XVIII secolo; di San Vincenzo de’ Paoli, eroe della carità nei confronti dei poveri e dei sofferenti, vissuto in Francia nel XVII secolo; e infine di Santa Marie Bernadette Soubirous, la semplice e povera fanciulla di Lourdes che, con le sue rivelazioni, confermò il dogma dell’Immacolata Concezione, principalmente celebrato nella chiesa parrocchiale di Poggio dei Pini.
 

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