LA CHIESA PARROCCHIALE DI SANT'EFISIO A CAPOTERRA
L’anno scorso Capoterra, assieme al 350° anniversario della sua
rifondazione, ha celebrato anche il 150° della sua nuova parrocchia, la
cui prima pietra fu posta il 22 aprile 1855.
L’antica parrocchia
Capoterra,
distrutta nel medioevo, era stata rifondata nel 1655 dal barone Girolamo
Torrellas. I nuovi abitanti, richiamati da tutta la Sardegna con la
promessa di franchigie ed esenzioni fiscali, arrivarono in zona
piuttosto lentamente, anche perché fino all’ottobre dell’anno successivo
l’isola continuò a essere flagellata da una tragica epidemia di peste.
La parrocchia, infatti, fu eretta solo qualche anno più tardi, quando
ormai si doveva essere riusciti a riunire una popolazione abbastanza
numerosa. Lo si deduce dalle prime annotazione sui registri
parrocchiali, che risalgono al 1658.
Le funzioni religiose, in questo
primo periodo, si svolgevano in una cappella annessa alla casa baronale,
posta nella zona oggi compresa tra Piazza Concia e Corso Gramsci (dove
attualmente sorge l’asilo infantile gestito dalle Ancelle della Sacra
Famiglia).
L’edificio, eretto in onore di Sant’Efisio affinché
preservasse il paese dalla peste (la stessa epidemia del voto al martire
guerriero emesso contemporaneamente anche dalla città di Cagliari), era
piccolo e molto povero ma il suo utilizzo continuò per circa duecento
anni.
Di esso non si sa molto e non si conserva nulla. Sulla facciata,
nel decennale di fondazione del paese, era stata affissa la seguente
iscrizione: « Beato Ephysio nobilissimo et inclito Martyri Calaritanae
urbis adversus pestem Patrono. Cum per varia Sardiniae oppida lues
grassaretur, Dominus Hieronymus Torrellas, Baro de Capoterra et oppidi
huius fundator perillustris, quodam Sancto Ephysio nominare libuit, in
ipsius honorem templum hoc sumptibus suis erexit, perpetuum grati animi
monumentum, anno Domini MDCLXV » (“Al Beato Efisio, nobilissimo e
celeberrimo Protettore della città di Cagliari contro la peste. Mentre
per i vari centri abitati della Sardegna dilagava il contagio, Don
Girolamo Torrelas, Barone di Capoterra e illustrissimo fondatore di
questo paese, che gli piacque intitolare per l’appunto a Sant’Efisio, in
suo onore eresse a proprie spese questo tempio, quale perpetuo monumento
di gratitudine, nell’anno del Signore 1665”).
La chiesa era scomoda
rispetto ai bisogni della popolazione, perché in pratica esterna al
paese. Per raggiungerla, oltretutto, bisognava attraversare un
ponticello in legno sul canale di Concia, non sempre molto sicuro. Tra
l’altro attorno all’edificio, com’era consuetudine antica, pian piano si
era formato il cimitero e la situazione igienica, perciò, non doveva
essere delle migliori.
Nel 1838 il feudalesimo fu abolito per cui il
barone di Capoterra, privato del suo antico potere sul paese, reiterò le
insistenze per rientrare in possesso del locale, che in realtà era la
sua cappella privata. Allo scopo mise la parrocchia nelle condizioni di
andarsene, attraverso continue molestie e prepotenze.
Le tensioni,
comunque, dovevano essere cominciate già in precedenza. Non a caso fin
dal 1835, quando don Salvatore Mundula Dettori ottenne la nomina a
rettore della parrocchia, nella relativa bolla arcivescovile veniva
esplicitamente incaricato di affrontare il problema della nuova chiesa.
Questo sacerdote morì quasi subito, nel 1837, per cui fu il suo
successore Don Raffaele Atzori, subentratogli nel 1841, ad attivarsi con
sollecitazioni di ogni genere rivolte in ogni possibile direzione.
La nuova parrocchia
Alla vera e propria fase operativa, tuttavia, non si poté passare
prima del settembre 1854. L’occasione venne fornita da un’epidemia di
colera scoppiata nell’estate di quell’anno, in seguito alla quale le
autorità sanitarie dettero precise disposizioni per adeguare
igienicamente tutti gli edifici pubblici. Siccome la vecchia chiesa di
Capoterra versava in un vero e proprio «stato di degradazione» (parole
del funzionario statale che la visitò), finalmente si decise di
provvedere a costruirne una nuova.
L’incarico di stendere il progetto fu
affidato all’ingegnere del Genio civile Francesco Immeroni, allievo del
Cima. I disegni furono approvati dal Consiglio di comunità di Capoterra
(una specie di antico consiglio comunale) il 20 novembre 1854 e il 12
aprile successivo il mastro muratore Giovanni Agostino Manca di Cagliari
si aggiudicò il primo lotto dei lavori.
La prima pietra fu posta il 22
aprile 1855 e verso la fine dell’anno i muri perimetrali erano già stati
portati all’altezza di circa due metri.
Il secondo lotto dei lavori fu
aggiudicato il 9 gennaio 1856 a un altro impresario di Cagliari,
Francesco Dessì, che vi pose mano ai primi di marzo dello stesso anno.
Il cantiere procedette molto rapidamente finché il crollo di uno degli
archi diaframma della navata, avvenuto nel mese di ottobre, ne provocò
l’improvvisa interruzione.
Lo stallo durò fino al 24 novembre 1856,
quando il Consiglio di comunità riconfermò comunque la sua fiducia
all’impresario. I lavori durarono ancora tutto il 1857 (mentre comune e
parrocchia cercavano in tutti i modi, con grande difficoltà, di reperire
fondi per il finanziamento dell’opera), e furono sostanzialmente portati
a termine ai primi di febbraio del 1858.
Nonostante la chiesa fosse
ancora da rifinire e disadorna, la prima messa vi fu celebrata quasi
subito, domenica 14 febbraio 1858 (festa di San Valentino). L’urgenza di
abbandonare il vecchio stabile doveva essere diventata davvero
impellente.
I baroni Zapata, infatti, anche in questa circostanza così
festosa per il paese non persero occasione di rivelare tutta la loro
grettezza d’animo. Gli atti del Consiglio di comunità riportano una
delibera ufficiale del 26 luglio 1858, in cui viene denunciato «il
dispotismo dei padroni che rubarono ora la sacra Pisside, ora i vasetti
degli oli santi e finalmente anche la campana». È chiaro che i Zapata
consideravano tutti questi arredi dell’antica parrocchia di loro
proprietà.
Descrizione dell’edificio
La struttura mononavata della chiesa di Sant’Efisio a Capoterra,
dotata di transetto e cappella presbiteriale, disegna in pianta una
croce latina.
La copertura è in travature lignee, mascherate da tavole
ricoperte di intonaco che simulano una volta a botte in muratura, con
crociera all’intersezione fra navata e transetto. Essa poggia su archi
diaframma a tutto sesto, segnati all’esterno da altrettante coppie di
brevi contrafforti.
La facciata liscia, inquadrata da paraste con unico
portone architravato centrale, è sormontata da un timpano a triangolo
con profili modanati, secondo i canoni di uno stile neoclassico alquanto
semplificato.
Il campanile a canna quadrata poté essere eretto solo nel
1937, contestualmente a un primo restauro strutturale dell’edificio.
Dell’antico arredo interno oggi si conserva solo l’altare maggiore in
marmi mischi, fatto costruire nel 1894 dal rettore don Tommaso Lecca. Ne
sostituì un altro, provvisorio, in mattoni di fango e legno. Il suo
stile può definirsi eclettico, poiché assembla schemi tipologici ed
elementi ornamentali che si rifanno alla tradizione tardo barocca, a
quella neoclassica, a quella neogotica, con qualche interessante
apertura perfino all’ormai incipiente stile Liberty.
La sua struttura è
quella canonica elaborata dopo il Concilio di Trento (XVI secolo), con
mensa ornata di paliotto scolpito a bassorilievo, gradini per i
candelabri, tabernacolo centrale ed edicola architettonica timpanata per
l’immagine del santo titolare della chiesa.
La grande statua lignea di Sant’Efisio fu realizzata nel 1934 dalla ditta Ginotti di Torino. Appare
leggermente fuori proporzione rispetto alla nicchia ma comunque
armoniosa e dinamica, improntata a una forte plasticità, degnissimo
prodotto di una bottega d’arte che aveva avuto il suo fondatore in
Giacomo Ginotti (1837-1897), uno dei migliori allievi, nello stesso
capoluogo piemontese, dell’Accademia Albertina.
Vari restauri, tra in
1976 e il 1986, hanno successivamente eliminato tutti gli altri arredi
della tradizione liturgica precedente il Concilio Vaticano II: pulpito
ligneo originariamente addossato alla parete sinistra, balaustra
marmorea davanti all’altare maggiore (che nel 1942 ne aveva sostituito
una precedente in legno) e altari laterali nelle testate del transetto,
rispettivamente dedicati al Sacro Cuore e alla Vergine del Rosario.
Il
definitivo adeguamento liturgico del presbiterio ai canoni della riforma
voluta dall’ultimo concilio risale a vent’anni or sono. In quell’occasione
la mensa dell’altare ottocentesco, sulla quale il sacerdote celebrava
volgendo le spalle all’assemblea, fu rimossa e portata in avanti, su due
piedritti di profilo geometrico, per consentire la celebrazione secondo
il nuovo rito che prevede un dialogo continuo tra sacerdote e fedeli. A
questa stessa fase risale anche l’ambone, a sua volta marmoreo e di
profilo schematico, collocato sul lato destro dello spazio sacro.
Mauro Dadea
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