Capoterra nel 1965
Da
"Il Litorale Centro-Meridionale Sardo - (Capoterra - Sarroch - Pula - Nora -
S.Margherita - Teulada)" dei Quaderni Storici e Turistici di Sardegna,
N° 6 - 1965 di Felice Cherchi Paba, pubblichiamo uno stralcio del capitolo che riguarda Capoterra.
CAGLIARI - CAPOTERRA - SARROCH
La strada litoranea Cagliari-Solci doveva essere la più importante
dell’isola sin dal periodo punico, data l’industria mineraria che veniva
praticata nelle montagne del Sulcis meridionale, la cui produzione
doveva essere avviata agli scali portuali di Nora, Solci e Karalis;
d’onde il grande traffico per la predetta strada.
In periodo romano esisteva una strada litoranea che costeggiava il
mare posto che una colonna miliaria, ritrovata in villa d’Orri, segnava
XI miglia da Cagliari a Nora; distanza. esatta se si considera il
tracciato lungo il litorale e non come scrisse l’Angius, che ritenne
che, detta strada aggirasse lo stagno di S. Gilla per cui la distanza
Karalis-Nora sarebbe stata di oltre XX miglia.
Usciti da Cagliari dalla parte occidentale, per la Statale 195, si
osserva a sinistra La Plaia, toponimo spagnolo, dove in passato si
trovava un cantiere navale fondato per iniziativa del Cav.
Falqui-Massidda, autorizzato con decreto del 5 Maggio 1872 ad aprire lo
stabilimento atto a far fiorire un’industria cantieristica sarda; e il
1° Gennaio del 1875 vi fù varata la prima ed unica nave, posto che
l’apatia e indifferenza dei più fecero cadere così promettente attività.
Superata La Plaia e il primo ponte che mette in comunicazione il mare
con lo stagno, per lunghissimo tratto si costeggia il mare, e la zona
litoranea prende il toponimo di Giorgino per un’antica chiesetta
bizantina dedicata a San Giorgio che fu il patrono dei pescatori quando
nell’isola officiava la Chiesa Greca.
Questa chiesetta è la prima tappa del viaggio celebrativo che S.
Efisio fà processionalmente, ogni 1° Maggio, da Cagliari a Pula.
Lungo la strada si contano sette ponti superanti altrettanti canali
che mettono in comunicazione il mare con lo stagno e hanno alle
imboccature altrettante piccole peschiere. Oltre si trova la Maddalena
che, per i ruderi romani che vi si scorgono, si ritiene fosse un antico
popolato sotto la protezione di S. Maria Maddalena e distrutto nel
medioevo, come vuole lo Spano (1), dalle incursioni moresche.
Sulla destra si vedono le saline della Società Contivecchi, la cui
produzione è destinata esclusivamente all’esportazione: in Svezia,
Norvegia, Francia, Irlanda e altre nazioni.
Questo lido si chiamava, per la vicinanza alla capitale, Litus
Finìtimum.
In questa spiaggia nel 1292 sbarcò il capitano Gioachino Merello,
genovese, al comando di tre navi, devastando le campagne durante la
guerra contro i pisani (2).
Nel 1324 il capitano Pisano Manfredo Donoratico sbarcò diretto ad
assalire Decimo prima della battaglia, per lui infausta, di
Luco-Cisterna.
1) Lamarmora A. - Itinerario dell’Isola di Sardegna. trad. G. Spano -
Cagliari 1868 - pag. 95. 2) Manno G. - Storia di Sardegna - Cap. VIII.
Sulla destra, per una strada di quattro chilometri o poco più, si
giunge a Capoterra che, in passato, era un villaggio rivieresco e le
popolazioni, a seguito delle incursioni barbaresche, l’abbandonarono
ritirandosi nelle prossime montagne e mantenendo l’abitato il vecchio
toponimo che più non gli si addice per la posizione geografica in cui si
trova.
Nel 1324 il villaggio venne infeudato a Giacomo Villani della Casa
Gaetani e nel 1344 un figlio di questi lo vendette alla moglie di
Mariano IV d’Arborea, Timbora di Roccaberti, madre di Eleonora, per la
somma di 1700 fiorini d’oro. Dalla Roccaberti il villaggio passò, con
atto di vendita, a Dalmazio Rodigia di Bagnos (1).
Nel 1441 il villaggio venne infeudato a Monserrato Ferrario e, in
fine, dopo vari trapassi, a Pietro Bellin; epoca in cui il villaggio
rivierasco fu distrutto e più tardi ricostruito nelle vicine montagne.
La distruzione deve essere avvenuta intorno ai primo decennio del sec.
XVII mentre la ricostruzione avvenne nel 1655, per interessamento di Don
Girolamo d’Aragal e Cervellion, che trasferì dal Capo di Sopra diverse
famiglie che erano sotto minaccia di sterminio per odi familiari; gli
ultimi feudatari furono i Zapata.
In Capoterra si trovano diverse chiesette rurali di sommo interesse:
S. Efisio, S. Barbara, S. Girolamo, S. Isidoro tutte appartenenti alla
Chiesa Greca per cui questi culti, affiancati a quelli di S. Maria
Maddalena e S. Giorgio, precedentemente citati, fanno pensare a un
locale, antico centro religioso greco di particolare importanza,
essendovi rimasta fino al secolo XIII traccie dell’eremitaggio della
Chiesa Greca.
Afferma l’Angius (2) che, nell’antica chiesa di S. Barbara, nel 1281
vi menava vita eremitica, con altri compagni, certo frate Guantino; per
cui questa chiesa, come quella di S. Girolamo, erano fino all’800 meta
di grandi pellegrinaggi.
E’ evidente che l’origine del culto per i predetti due santi è di
schietta provenienza greca, avvalorata dalla tradizione dell’eremitaggio
e dei pellegrinaggi che ci riportano al periodo della Chiesa Greca in
Sardegna.
Interessanti sono alcune tradizioni cristiane locali, tra le quali il
rito di deporre, dopo aver bevuto l’acqua sorgiva della grotta di S.
Barbara, una crocetta generalmente ottenuta da uno stecco spaccato a
metà dove s’inserisce un altro stecco orizzontalmente, deponendola in
una delle tante sporgenze della roccia.
Questa sorgente vien detta anche «De sa Scabizzada» forse in ricordo
di qualche donna che vi fu trovata decapitata.
Senza dubbio, la fonte di S. Barbara è da ritenersi un’antica fonte
pagana, dove si offrivano alle divinità ctoniche doni e preghiere che
1) Fara J. B. - De rebus sardoies - Lib. III - pag. 303. 2) Casalis
G. - Dizionario degli Stati Sardi - Torino, 1854 - Voce Capoterra.
Il Cristianesimo sostituì, col tempo, con l’offerta delle predette
crocette deposte entro la stessa fonte a purificazione e consacrazione.
Rito che ci riporta al periodo paleo-cristiano. La chiesetta con la sua
cupola a catino ci ricorda un motivo architettonico bizantino mentre la
facciata nascosta da sovrastrutture ci rivela un romanico del XII sec. e
meriterebbe di essere messo in luce onde meglio valorizzare l’antico
monumento.
Per l’amenità. del luogo, ombroso, fresco, ricco di acque, prossimo a
Cagliari e al mare, suggeriamo la creazione di un Campeggio
Internazionale di Universitari Cattolici, data la sede e la possibilità
di usufruire delle varie belle palazzine che vi si trovano per essere
adibite a uffici temporanei.
La zona di S. Barbara è amenissima, veramente invitante alla
contemplazione e all’eremitaggio e sarebbe indubbiamente, un posto
meraviglioso per un campeggio internazionale data la vicinanza a
Cagliari e quindi al porto e all’aereoporto.
E’ sperabile che la Regione che ha tenuto finora questo bel villaggio
di 7000 abitanti in uno stato deplorevole tanto che al confronto il
villaggio di Ollollai ha le strade interne molto meglio sistemate di
come non le abbia Capoterra; eppure il primo è nel centro montanaro
dell’Isola e il secondo a quattro passi da Cagliari e quindi sotto gli
sguardi di tutto il turismo che confluisce alla capitale.
Un’opera veramente degna che la Regione dovrebbe fare è la strada
asfaltata da Capoterra a S. Barbara; si tratta di un’opera che darebbe
lavoro ai numerosi locali disoccupati, creando un ben attrezzato
cantiere di lavoro.
Capoterra è stata sempre una terra di cacciatori e di uccellatori. Vi
si confezionano e famose grive, dette anche «murtidus» e «tacculas».
Sono tordi bolliti e lessati con una prestabilita dose di sale, tenuti
poi in mezzo a foglie di mirto che comunicano alla selvaggina, così
preparata, un pregiato profumo, dandogli un gusto particolare. Si
producono e si consumano nell’inverno, quando i tordi si nutrono e
ingrassano mangiando bacche di mirto; si vendono infilzati per il becco
con un virgulto di mirto, a mazzi di otto capi.
Un’altra specialità di Capoterra era la pesca delle sanguisughe che
si pescavano anticamente in località Tuerra, e se ne rifornivano le
farmacie, gli ospedali e i flebotomi di Cagliari e i villaggi del
Campidano.
Sopra il villaggio di Capoterra si trova la miniera di ferro di S.
Leone, oggi chiusa, messa in evidenza soprattutto dal compianto Ing.
Gouin, uomo di vasta coltura e di grandi virtù organizzative posto che,
nel comprensorio della miniera dissodò oltre 500 Ha. a bosco e
macchiatico, sottoponendoli a coltura specializzata di carrubi e di pini
marittimi; impiantò, inoltre, una vigna di circa 100 Ha., un vasto
agrumeto e innestò un migliaio di olivastri (1).
1) Spano G. - Emendamenti ed aggiunte all’Itinerario di A. Lamarmora
- Cagliari, 1874 - pag. 40.
Il Gouin fu un innamorato della Sardegna, un attivo operatore
economico e competente ingegnere minerario, ma anche buon archeologo che
fece nuovi e fortunati scavi nella fonderia nuragica degli Albini in
Teti e raccolse tanto materiale archeologico da farne un museo.
Oltre Capoterra, rientrando nell’Occidentale Sarda, si trovano varie
interessanti aziende agrarie, tra le quali quella che fu dello
Scalabrini e la famosa Villa d’Orri.
Il Marchese Don Stefano Manca di Villahermosa fu l’amico più caro del
Duca del Genevese Carlo Felice il quale, durante la sua lunga dimora
nell’isola, concesse al marchese, in proprietà, una vasta superficie
paludosa, per lunghi tratti ricoperta di lentischi e nell’interno
boschivo, al fine di bonificarla e coltivarla.
L’opera di Don Stefano Manca fu esemplare sotto tutti gli aspetti, e
da quella terra malsana, dalla pestifera landa malarica, seppe trarne un
podere agricolo modello, con una trasformazione fondiaria veramente
notevole, per quei tempi, mediante la sistemazione idraulica, colmate e
impianto di vigne, frutteti e agrumeti giardini ed erbai per il
bestiame.
L’azienda, dotata di un’ampia e bella villa, per quei tempi, nonchè
di vaste costruzioni rurali, divenne la sede residenziale estiva di
Carlo Felice; anche perché, il Marchese, creò intorno alla stessa Villa
un magnifico parco ricco di numerose piante esotiche, nonché un vivaio
di piante che non possedeva neanche la Penisola, con un giardino che
meravigliò vari viaggiatori e scrittori dell’epoca, come il La Marmora,
il Bresciani, Valery ed altri.
Il Marchese di Villahermosa fu un innamorato sostenitore della
agricoltura e la Sardegna gli deve moltissimo, tanto che desta
meraviglia come non sia stata dedicata al suo nome una delle tante
scuole agrarie fondatesi nell’isola. E’ augurabile che tanta ignavia
venga cancellata a più presto possibile.
Fu lui ad introdurre in Sardegna le prime razze selezionate
bruno-alpine, nonché merinos e cavalli riproduttori di razza inglese,
araba e andalusa.
Fu Lui ad introdurre, per primo in Sardegna, il mandarino e numerose
varietà di fruttiferi. Per dare una immagine della somma importanza del
vivaio di Villa d’Orri basti dire ch’esso comprendeva ben 959 piante
diverse escluse quelle da giardinaggio. Delle piante fruttifere vi erano
37 varietà di albicocchi, 57 varietà di ciliegi, 7 varietà di mandorli,
70 varietà di peschi, 68 di susini, 141 di peri, 58 di meli, 10 di
agrumi, 37 di altri fruttiferi vari. Per il 70% erano tutte varietà
nuove per la Sardegna.
Fra le piante ornamentali contava ben 64 varietà di piante grasse,
nonché altre rare piante fatte giungere dal Giardino di Acclimatazione
di Parigi, compreso l’albero della canfora, dei garofano, ecc. (1).
1) Catalogo Generale delle Piante Coltivate nella villa d’Orri,
1846.1847 - Cagliari, 1847. Il primo Catalogo fu pubblicato nel 1842 -
Giardinieri della Villa erano Antonio Sizzia e Giorgio Marcia.
Per diffondere la coltura degli agrumi il Marchese istituì, in Villa
d’Orri, corsi di agrumicultura, al quali intervenivano anche i figli
degli agrumicultori di Milis e altre località dell’isola. La prima
scuola pratica di agricoltura sorse, per tanto in detta Villa.
Gli allevamenti del bestiame venivano praticati nella vicina Tanca di
Nissa, ove il Marchese aveva impiantato grandiosi erbai per il bestiame
selezionato che vi allevava, sia vaccino che ovino ed equino. I cavalli
arabi del Marchese di Villahermosa erano di alto pregio e uno fra tutti
fu distinto e regalato dal Marchese, nel 1837, a Carlo Alberto il quale,
con lettera del 25 Novembre dello stesso anno, ringraziava il Marchese
del bel dono facendo rimarcare le superbe fattezze dell’animale.
«Je l’ai dèja fait monter devant moi; je lui ai trouvé un mouvement
d’epaules superbe soit aut trot q’au qalop; il me plait infinement et je
ne saurais assez vous en remercier, vous en exprimer de gratitudine»
(1).
Nel 1875 l’On. Branca nel vedere le zone paludose dell’isola pensò di
regalare alla Camera di Commercio di Cagliari una copia di bufali che la
Camera affidò al Marchese di Villahermosa che ne curò l’allevamento
nella tanca di Nissa ottenendone ottimi prodotti.
Il marchese predetto non solo si occupò di colture e allevamenti ma,
con spirito innovatore, introdusse nell’isola le prime macchine
agricole, i primi aratri di ferro inglesi, come si legge nelle relazioni
e verbali di adunanza della R. Società Agraria ed Economica di Cagliari
di cui fu l’ideatore e sostenitore ed in seguito attivo Presidente.
Nella Villa si ammirano molti cimeli storici, come armi e bandiere,
quadri e documenti, nonché molti ricordi di Carlo Felice e della
venerabile Cristina di Savoia di cui in apposita vetrina si ammira
l’abito di battesimo.
Dopo la Villa d’Orri s’incontra, a sinistra, il grandioso impianto di
raffineria di petrolio, uno dei più importanti del Mediterraneo e di
Europa. A breve distanza dopo un chilometro si raggiunge Sarroch
villaggio di circa 2500 abitanti.
In passato anche questo villaggio, come quello di Capoterra, era
rivierasco ma, per le incursioni moresche, fu abbandonato; e le famiglie
si stabilirono più addentro, in due centri capannicoli, dedicati uno a
S. Giorgio e l’altra a S. Vittoria; il primo detto «Barraccas de susu» e
l’altro «Barraccasa de giossu» (2).
Il rione S. Vittoria si ritiene fosse sede del primo villaggio
riabitato in un secondo tempo, dopo la cessazione delle incursioni
moresche.
Nella chiesa parrocchiale di S. Vittoria si nota una pila del XII
sec., proveniente forse da qualche locale antica chiesa distrutta. Lungo
il litorale di questo villaggio si notano tre torri di difesa, erette
nel sec. XVII, e denominate di Antigori, del Diavolo, con ricca
fioritura di leggende popolari, e la terza detta della Zavorra.
1) Bellonotto G. - Il generale Stefano Manca di villaharmosa -
Cagliari 1926 - pag. 207. 2) Casalis G. - Op. cit., voce: Sarroch.
Le campagne di Sarroch possiedono ricche vigne, ottimi frutteti e
oliveti: una bella tradizione agricola sorta per volontà di un parroco,
all’inizio del secolo scorso.
Questo parroco, a seguito della campagna promossa da Vittorio
Emanuele I, per la valorizzazione degli olivastri, nell’osservare la
ricchezza di queste piante e soprattutto di perastri nelle campagne del
villaggio e, considerato che le sue prediche a nulla valevano, per
indurre i popolani a innestare detti selvatici, applicò un drastico
sistema; pena la dannazione dell’anima. Ai contadini che si confessavano
imponeva, per penitenza, di innestare un certo numero di dette piante
selvatiche, a seconda della gravità dei peccati. E fili da parte dei
parrocchiani una continua e alacre opera di innestamento che mutò nel
giro di qualche decennio il volto economico della locale agricoltura
(1).
Il parroco di Decimomannu impose invece che gli agricoltori, per
penitenza lo seguissero per un determinato numero di giorni e di buon
mattino li conduceva ad innesare i loro olivastri. Quello fù un grande
clero!
Oggi le campagne di Sarroch vantano bellissimi frutteti e la miglior
frutta che si esita nei mercati cagliaritani è, indubbiamente, quella di
questo illustre villaggio.
Dopo Sarroch si trova, sulla destra, sopra una collina, una taverna
per i turisti, donde si gode un’ampio panorama e vi si possono gustare i
famosi «murtidus» o «tacculas» che si confezionano anche in questo
villaggio.
Dopo la tavernetta la strada fila quasi rettilinea fino a Pula (2)
centro di circa 3500 abitanti.
Questo villaggio venne a formarsi per riunione spontanea di pastori e
agricoltori e al riguardo esiste nel nostro Archivio di Stato un
interessante documento del 1807 (3).
Nel marzo di detto anno sorse fra i Consiglieri e il Sindaco di Pula
da un lato e il Reggidore e Amministratore generale del Marchesato di
Quirra una controversia sui territori di Foxi Suli o Sali, Cala d’ostia
e su Puzzu.
Il Sindaco e i Consiglieri sostennero che gli abitanti di Pula non
erano «vassalli del Marchese cli Quirra. ma semplici popolatori cli quel
territorio come in fatti Pula non si appella villaggio ma popolazione,
per cui Pula, come popolazione, non ha tratto alcun terreno in tutta l’estensone
di quei territori che sia di sua dotazione, come lo tengono le altre
popolazioni del Regno, che costituiscono veri villaggi, e che per ciò
devono avere i loro prati per pascolo del bestiame manso, e la duplice
vidazoni per l’alternato seminerio delle biade, anno per anno».
«Quindi e che gli abitanti degli altri villaggi riconoscono il loro
Signore colla contribuzione del diritto feudale, e prestazioni degli
altri
1) Spano G. - Op. cit. - pag. 40. 2) Lo Spano fa derivare questo
toponimo da Phul: fenicio che vuoi dire promontorio -vedi G. Spano -
Vocabolario Patronimico della Sardegna - Cagliari, 1872. 3) Archivio di
Stato - Cagliari - Segreteria di Stato - Feudi - voi. 1647.
pagamenti e servizi domenicali cui gli astringe la qualità loro di
vassalli, ed in compenso godono di tutti gli ademprivi necessari, legna,
erba, ecc.».
«Gli abitatori di Pula però non riconoscono in altro il Marchese di
Chirra, che colla contribuzione della mezza portadia di tutto ciò che
seminano nei territori che interamente appartengono al libero suo
demanio, nè godono d’alcuno dei sovraccennati ademprivi, se non in
quanto ne corrispondono il corrispettivo in denaro, nè sarebbero
autorizzati ad avere in forma un Consiglio Comunitario ma bensì eletti
che li rappresentino ed è perciò che i medesimi non avrebbero ragione
alcuna di prendere che il luogo di loro abitazione abbia assegnato due
vidazzoni una delle quali serva di seminerio e l’altra di Povarili. Ciò
non per tanto non devono quei popolatori, atteso il maggior numero cui
essi sarebbero cresciuti, ed i loro bestiami si rude e doinito, essere
privi di quella estensione di terreno di cui potrebbero abbisognare pel
seminerio e manutenzione propria e dei detti loro bestiami». «Ma se
occorrendo, nei veri villaggi di riconoscersi per questa ragione troppo
limitate le vidazoni assegnate, che un tempo erano sufficienti, ad altro
i rispettivi loro Consigli non sarebbero autorizzati che a farne le
opportune rimostranze ai superiori per estenderle in proporzione degli
abitanti vassalli, con quanta maggior ragione sarebbero tenuti a ciò
fare i popolatori di Pula, che non essendo villaggio non ha diritto di
dotazione su tratto alcuno di quei territori, qualora abbisognando di
maggior estensione di terreno del seminerio e pascolo volessero maggior
territorio».
Secondo questo esposto, Pula, all’inizio dell’800, non era
«Villaggio» ma «Popolazione» indipendente da ogni vassallaggio
feudatario, posto che non possedeva terreni per semina e per pascoli di
origine ademprivia, come ogni villaggio doveva possedere entro il
demanio feudale, ma pagava in denaro i diritti d’ademprivio d’onde la
loro indipendenza dal feudo.
In verità il Villaggio di Pula fino all’inizio del secolo scorso non
esisteva, conoscendosi solo un Castrum Pulae(1). Una vasta superfice
incorporata con il villaggio di S. Pietro Pula nella Contea di Quirra
formò, più tardi, la baronia di Pula ma senza gli abitanti, i
«Popolatori» del nuovo agglomerato demografico, formatosi nelle terre
predette non considerandosi vassalli dei Conti della Quirra i quali non
avevano mai provveduto i «Popolatori» di Pula delle terre loro
necessarie, e i «Popolatori» non furono in diritto di chiederle perchè
non facenti parte del feudo. Il Lamarmora, nel suo Itinerario, afferma
che la popolazione di Pula «data da un’epoca molto recente, e dopo
abolita la pirateria, sta prendendo uno sviluppo considerevole» (2).
Sapendo che la pirateria ebbe fine verso il 1816 col trattato tra
Vittorio Emanuele I e le Reggenze di Tripoli, Tunisi e Algeri, ne
consegue che dopo questo periodo Pula prese quel notevole sviluppo di
cui fa cenno il Lamarmora.
1) Fara J. B. - Chorographia Sardiniae - Carali, 1838 - pag. 102. 2)
Lamarmora A. - Op. cit. - pag. 98.
Dopo l’abolizione dei feudi si iniziò, da parte dei Cagliaritani, la
costruzione di case, nelle terre di Pula, per andarvi a villeggiare,
impiantandovi ricche aziende agrarie, fra le quali notevoli quelle dei
padri Scolopi che avevano eretto un ospizio con molti terreni in
dotazione e quella dei frati della Mercede, con bellissimi frutteti,
diretti e lavorati da alcuni padri laici, fra i quali si ricorda fra
Domenico Aramu di Pirri che impiantò, in dette terre dei mercedari, un
bellissimo frutteto che divenne un modello di frutticoltura, che
procurava alla comunità ben 5000 lire l’anno di reddito. A seguito della
legge Sicardi queste terre vennero espropriate, finendo in possesso di
cittadini di Cagliari.
Il villaggio di Pula è stato costruito con materiale tratto
dall’antica città di Nora, oggi in parte sommersa dal mare, in parte
esplorata e in gran parte ancora sotto una spessa coltre di terra.
Dalle case di questo ameno, luminoso villaggio furono tolte molte
lapidi e iscrizioni, inserite nei fabbricati e in modo visibile, per cui
si pensa che molte altre ve ne siano incorporate.
Nei 1775 il Lamarmora vide incastrata, in un muro del locale chiostro
dei Mercedari, una lapide che poi fu staccata e trasportata nel Museo
Archeologico di Cagliari. Trattasi della più importante lapide fenicia
finora scoperta in Sardegna e che fu oggetto di lunghi e accurati studi
da parte di una ventina di studiosi dando ogniuno di essi una diversa
interpretazione. Lo Spano, al riguardo, dice che i dotti furono, nella
decifrazione di questa lapide, «di una disparità desolante» tanta fù la
diversità di interpretazione.
Gli ultimi studi ritengono che la lapide sia solo una parte di due o
tre lapidi che dovevano contenere l’iscrizione completa.
Secondo una allettante interpretazione che alcuni vorrebbero chiamare
di comodo storico, la lapide ricorderebbe l’arrivo in Nora di Norace
dalla Iberia. Tesi su cui si è intessuta tutta una storia di
immigrazioni ibere quando all’epoca gli iberi non sapevano navigare, a
leggere il loro maggior archeologo (1). E poi, iberi che scolpivano
lapidi in fenicio!...
Di questa lapide diedero interpretazioni l’orientalista De Rossi, lo
abate Arri, il Gesenio, il Benarius, il Quatremere, Movers, il Riccardi
di Oneglia, il Lanci, Judas, Bourgade, il Padre Sechi, Garrucci, il
Maltzan, ecc. e fra loro non vi fu un barlume d’intesa.
Altro frammento di lapide, il Lamarmora, lo fece staccare nel 1838 da
sopra l’architrave di una casa del Villaggio e trasportata nel Museo
Archeologico di Cagliari nel cui lapidario si trova molto materiale
reperito in Pula.
Il villaggio è a 1 Km. dal mare, ricco di quei caratteristici colori
mediterranei; di un grande avvenire turistico.
Oltre l’abitato, per la strada verso le rovine di Nora, s’incontra,
sulla sinistra, la chiesetta di S. Efisio che la tradizione cristiana
vuole sia stata eretta nel punto esatto in cui fu decapitato il Santo
guerriero,
1) Treccani - Enciclopedia - Voce: Iberia di Bosc - Gimpera.
essa risale, per alcune sue strutture architettoniche, al periodo
bizantino, ampliato nel Sec. XI dai Vittorini di Marsiglia che
sostituirono nell’isola il clero regolare greco dopo lo scisma di
Michele Cerullario.
Il 1° Maggio il simulacro di S. Efisio viene ogni anno recato
processionalmente da Cagliari a questa chiesa con un corteo di fedeli e
di autorità civili e religiose. Una bella descrizione di questa
processione e dei festeggiamenti c’è l’ha lasciata la penna magistrale
di Edoardo Scarfoglio che, con D’Annunzio e Pascarella assistette al
ritorno del Santo da Pula.
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