Intervista al regista di OIL, Massimiliano Mazzotta

Oleandri dai fiori bianchi e rosa. E dietro il candore dei fiori un lungo muro di cinta.
È questo lo scenario che accoglie turisti, abitanti, lavoratori di passaggio che ogni giorno vedono il cartello “Benvenuti a Sarroch”.
Lo stesso scenario che ha visto Massimiliano Mazzotta, nell’estate del 2007 mentre andava a Pula, in vacanza.
Il suo occhio di fotografo, la sua curiosità di regista impegnato, si sono spinti oltre quel muro che divide Sarroch, paese di 5224 abitanti, dalla Saras S.p.A., fondata da Angelo Moratti nel 1962, una delle più grandi raffinerie del Mediterraneo. La supersite d’Occidente che produce 300.000 barili di grezzo al giorno.
È nato così “Oil, la forza devastante del petrolio, la dignità del popolo sardo”, un lungometraggio di 77 minuti, interamente autoprodotto, che cattura 40 anni di storia in immagini, voci, suoni, e testimonianze di chi vive ogni giorno a stretto contatto con il lato oscuro dell’oro nero.

Patologie respiratorie e tumorali, inquinamento, sicurezza sul lavoro: tematiche forti affrontate nei due anni di lavorazione del film-inchiesta che è valso il ìpremio per il miglior documentario italiano e la menzione speciale di Legambiente a “Cinemambiente” di Torino e miglior documentario ex-equo all’Ecologico Film Festival nel Salento.
Incontriamo Massimiliano Mazzotta a Sassari, prima della proiezione di Oil.

Parlaci di Oil.
Oil è stato un grande lavoro di ricerca sia per quanto riguarda le leggi che i dati medici e scientifici.
È suddiviso in capitoli: ambiente, salute, in cui è presente il Professor Biggeri, sicurezza e un capitolo dedicato alla Polimeri Europa (ENI), perchè lì non c’è solo la Saras. Forse la chimica è anche peggio di quello che tira fuori l’impianto di raffinazione.
Nel film ho preferito non citare numeri perchè credo che l’immagine sia più forte rispetto al dato: l’immagine parla da sé perchè resta impressa.
Il dato rilevante è che nessuno ha mai contestato quanto viene detto.

A proposito di immagine, nella locandina del film hai utilizzato una foto simbolo.
La foto con il pastore che indossa la maschera antigas è stata scattata da Andrea Manunta, un operaio che ha lavorato per 30 anni nello stabilimento, morto all’età di 48 anni di adenocarcinoma stenosante del cardias.
Andrea fece quello scatto per un concorso fotografico. Era già un fotografo perchè la foto è stata pensata, nell’abbigliamento, nella posa, e così nello sfondo.
Se non avesse fatto l’operaio, perchè doveva essere così, forse avrebbe fatto il fotografo e magari non sarebbe morto così giovane.

Nel film-documentario sono presenti numerose testimonianze: alcuni operai della Saras, abitanti di Sarroch, politici e soprattutto i parenti dei lavoratori che hanno perso la vita per gravi malattie tumorali. È stato difficile abbattere “il muro di silenzio” tra la gente?
Durante le prime interviste dovevo inquadrare il muro o per terra perchè alcuni avevano paura di parlare, poi dopo aver visto altri che lo facevano, molte persone si sono fatte coraggio e hanno rilasciato l’intervista a volto scoperto.
Nei due anni di lavorazione ho avuto modo di conoscere quasi tutti gli abitanti di Sarroch e con me sono stati sempre gentili e disponibili.

“A volte erano gli uomini i più reticenti, quelli che lavorano in raffineria. Le donne no, sono sempre state più coraggiose, una volta che avevano capito di potersi fidare tiravano fuori tutti i problemi, con franchezza, ed erano anche le più incazzate.”

Quanto può incidere la comunicazione delle multinazionali nella popolazione?
La comunicazione si studia a tavolino.
Quando avverrà il cambio generazionale, che sicuramente sarà un processo lungo, cambierà anche il modo di pensare rispetto alle persone che oggi lavorano nei complessi petrolchimici, perchè i ragazzi sono mentalmente più aperti, hanno studiato, parlano diverse lingue, hanno una cultura.
Questo concetto si supererà solo combattendo con le loro stesse armi.

Nessuno nel documentario ha detto che la Saras deve chiudere, perché tutti sono consapevoli che se non c’è più l’impianto petrolchimico metti a terra più di 5000 famiglie.

C’è quindi anche un problema di disinformazione?
C’è grande disinformazione tra i ragazzi delle ditte esterne che lavorano nello stabilimento.

Ad esempio, in uno stabilimento petrolchimico si hanno due rilevatori, uno per l’H2S uno per il CO2.
Ho chiesto ad un ragazzo a quanti PPM si deve lasciare il posto di lavoro quando uno dei due suona e lui ha risposto “boh, mi sa 12, 24 non so. A volte è arrivato anche a 300”.

Parlando con un ingegnere ho scoperto che il limite è 5-10 PPM. Ben diverso da quello che diceva il ragazzo.
Una delle soddisfazioni maggiori è stata sapere che un ragazzo, dopo aver visto il documentario, appena i PPM sono arrivati a 10, ha lasciato il posto di lavoro come di regola dovrebbero fare tutti ogni volta che si supera il limite.
A mio avviso c’è un problema di comunicazione con i lavoratori delle ditte esterne.
Per questo motivo nel documentario ho cercato di rendere note più informazioni possibili e nel modo più semplice.

Si è parlato di censura, di ritorsioni, di divieti di proiezione in Sardegna e non solo. Di personaggi importanti che rilasciano dichiarazioni e che poi ti citano per diffamazione. Quanto c’è di vero?
Posso dirti che una giornalista di un’emittente televisiva mi ha fatto un’intervista che poi è stata censurata così come è accaduto per la proiezione di Oil ad Arenzano (GE) e a Cagliari.
A Sarroch il film è stato proiettato nel bar “Tre Piramidi”.
Durante le riprese però alcune persone mi hanno fatto capire che stavo rischiando.
Molte persone hanno avuto paura di comparire nel film o solamente di parlarmi, per via delle ritorsioni a livello professionale e personale.

E tu? Hai avuto paura?
All’inizio. Poi ho pensato che questo lavoro può essere di aiuto ad oltre 5000 persone e la paura è svanita.

di Bettina Camedda
per ArtReport

www.artreport.it

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